Diario di viaggio
Thoughts & Poems

Sono la tua paura, ti ucciderò


Ho deciso di dividere la mia storia in quattro micro racconti o esperienze, così da renderla meno pesante.

Sono la tua paura, ti ucciderò.


Dopo l’intervento (l’asportazione) e la comparsa della malattia credo di aver perso gran parte di me.

La mia forza era diventata sottilissima, quasi inesistente.

In quel periodo capì a stento, che in quel frangente e in quelle circostanze sarebbe stato inutile cercare di comprendere il perché fossi arrivato fin lì.

La ricerca di risposte, in quel momento, fu senza dubbio una delle scelte più sbagliate che potessi fare.

Ero finito dentro un vortice autolesionista che aveva come un unico scopo rendermi più debole, ma sopratutto privo di lucidità.

Un fiume nero, fatto di incertezze e dubbi, una furia incontrollabile, senza un inizio ne una fine.

Un serpente senza consistenza che mi stava stritolando.

Tutto era stato detto talmente velocemente e senza nessun tatto, che ero rimasto per un eternità immobile

“Senta così è”

Chiedere spiegazioni, era stato inutile tanto quanto cercare chiarimenti.

Chi conosce Viola sa bene che non è persona da confondersi o sembrare disorientata.

Semplicemente non fa parte di lei.

E’ una di quelle strane persone che di fronte ad un problema non si pone la questione, razionalmente sceglie di trovare la soluzione.

Credo che la si possa comprendere con la frase “Non esiste problema senza soluzione”.

Questo è Viola, una persona che non riesci ad abbattere o a privare del suo ottimismo. Un ottimismo quasi snervante.

Lì, sorprendentemente, tutt’a un tratto mi trovavo di fronte una persona che non conoscevo.

Non l’avevo mai vista così, era come se le fosse esplosa una bomba tra le mani.

Credo che nel suo cervello si fosse inceppato qualcosa e che non riuscisse a trovare una soluzione.

Non riusciva a credere che dopo tutto quello che era successo, dopo l’intervento, dopo il recupero, fosse arrivata una cosa così diversa, così pesante e nello stesso modo così allineata a quella che era diventata la mia routine.

Mentre io ancora balbettavo e in loop ripetevo il nome di quella cosa, la sua confusione era già sparita.

Durò pochissimo, quasi impercettibile.

Era riuscita a rimettere tutte le idee in riga e ancora più sorprendentemente a cercare di non farmi notare quello che le era successo.

Iniziò nuovamente a parlare.

Domande su domande su altre domande come un martello pneumatico, non cambio nulla, fu inutile.

Con il senno di poi credo che quello sia il ricordo più brutto che ho di quel periodo.

Paralizzato, seduto a guardare, tutte quelle lauree e a balbettare, non capivo se stessi provando a comprendere quelle parole o stessi in qualche modo provando ad interpretarle in un modo nuovo, che ancora non conoscevo.

Cosa mi stava dicendo esattamente? Cosa stava succedendo? Cosa era cambiato?

Nero. Come quel fiume che per tutta la mia vita avevo provato a domare.

Questa volta però veniva preparato. Di chiudere partita.

Aveva deciso di radermi al suolo.

Voleva sradicarmi, annientarmi.

Ancora adesso, dopo parecchi mesi, non sono pronto, all’epoca di me fu carneficina.

Il silenzio è pace, il silenzio è sanatorio.

Come sempre nella mia vita scelsi la strada dell’isolamento.

Decisi di chiudermi in me stesso fabbricando muri su muri di leggerezza, barriere su barriere che non lasciassero vedere nulla di me, armature su armature che nascondessero le mie enormi ferite, delusione, amarezze per un corpo che non era mai stato all’altezza.

Un isolamento che solo io avevo deciso di poter gestire, fatto di sorrisi, di assensi, di meccanici movimenti che risultassero il più simili alla normalità. Consciamente decisi di spegnermi.

Egoisticamente pensiamo di essere gli unici a riuscire a quantificare la realtà o il dolore a soppesare quello che ci sta succedendo.

Avevo l’impressione che le persone che mi stavano affianco, decidevano volontariamente d’ignorare quello che mi stava succedendo, di chiudere la porta a quella novità, di negarsi la verità.

Per un lasso di tempo anche troppo lungo diventai inerme. Pietrificato, pensavo solo a una cosa, mi ero chiuso in mille gruppi che parlavano solo di quello.

Ero io, le miei ricerche e lei, immensa e sconosciuta.

In quel momento, chiunque, voleva che diventassi la rosa dentro la campana.

Ecco, se dovessi iniziare a parlare di paura, inizierei a parlare di domande.

Ogni domanda senza una risposta, senza un azione, si tramutava in angoscia, che sentivo sentinella della paura.

Più chiudevo per proteggermi, più avevo paura e più perdevo me stesso.

Ogni domanda a cui privavo di una risposta si trasformava, a poco diventava paura.

La cosa peggiore era toccare quella paura e avere la certezza che avesse molto più sostanza di me.

Cosa ci si aspetta da me? Cosa mi aspettavo io da me stesso? Quanto a lungo potevo tirare il filo? Quanto era resistente questo filo? Dov’era questo filo? Quanto resistente era a questo punto il mio corpo? Quanto potevo chiedere a me stesso? Cosa dovevo o potevo fare?

Ecco ognuna di queste domande veniva accompagnata da un’ombra, più tempo impiegavo a dare una risposta più velocemente quelle domande si trasformavano in inerzia, in paralisi, e alla fine in quella che sarebbe stata una nuova versione di me.

Vieni. Sono la campana, io ti proteggerò.

Perso, immobile e accerchiato dalla mie paure, iniziavo ad avere una paura ben più grande della malattia.

Iniziavo ad aver paura di non essere più compreso da me stesso.

Cosa si fa quando non ci si riconosce più? Quando le paure sono più dei passi che si fanno in avanti? Quando resti immobile, fermo a guardare solo i ricordi per andare avanti?

Ero una scatola vuota.

Non so cosa successe, ma quella notizia mi aveva reso come una ameba.

Io più o meno sembravo lo stesso ma ero privo di volontà.

Non ricordo bene come, ma nel melenso strato dell’amore, Viola riuscì a darmi un unico sussulto.

Solo uno.

Come fosse un urlo. Un concentrato di pura rabbia, contro me, contro il mondo, contro quella cosa.

Un grido innaturale, fatto anche di odio.
Un enorme odio sopratutto per essermi arreso, per non averla neanche resa partecipe di quella scelta.

Mi ero totalmente dimenticato che lei faceva parte di questo.

Fu così inaspettato e deflagrante che, nel giro di poco tempo mi riallineo in qualcosa di diverso. Non fu necessariamente positivo ma certamente mi muto. Ero di nuovo qualcosa.

E mi mossi.

Quello che ho capito dopo poco più di mezzo anno è relativamente poco, e di quel poco la maggior parte è incerto.

Ho capito che spesso dimentichiamo di avere dei doveri e delle responsabilità anche verso noi stessi.

Dimentichiamo troppo spesso di dedicarci tempo e cura.

Di fermarci e soppesare la nostra felicità. Mettere una spunta sulla barra benessere.

Un sogno, un attimo, un’attenzione.

Dopo aver vomitato parole e pensieri senza un filo logico, quello che mi domando ogni giorno appena sveglio è:
Come si fa a vivere con la paura che quella cosa sia parte di te, del tuo destino?

Bene la maggior parte delle volte lo dimentico. Ho imparato a non pensarci. Proprio non la ricordo. Come fosse un ricordo lontano, sfumato, sai che c’era qualcosa, ma non ricordi bene cos’era o com’era.

Delle volte, invece, il mio corpo si paralizza, come se fosse immerso in una di quelle pozze eschimesi, un piccolo ma profondo buco gelido.

Tutto il mio corpo si atrofizza, smettere immediatamente di funzionare.

E smetto di respirare, letteralmente.

Lì, Viola, decide che ancora non è arrivata l’ora, mi prende e mi tira fuori

Mi faccio coraggio e mi domando:

Vivresti nella sicurezza che ti regala la tua campana, sapendo che quella campana è li per te e in nessun caso il contrario o vivresti fino alla fine decidendo di rischiare, anche se i costi potrebbero essere molto più grandi della tua vera riserva?

Io onestamente non lo so.

Non so esattamente, quello che sto facendo.

Non so esattamente se questa cosa sia tanto più forte di me e delle mie attenzioni

Non lo so. A quanto pare devo aspettare e capire.

Forse insieme a Viola e Marx con i suoi 60 massimo 80 Km/h, troverò una risposta, forse se andrà bene dovrò tornare a cuccia con la coda tra le gambe.
Ma ho capito che per contrastare quella forza che mi stava privando di volontà l’unico modo era creare qualcosa di nuovo e diverso, ogni giorni, ogni ora, ogni istante,

Per ora siamo già arrivati in Ungheria, ma qua di risposte non ne ho trovate.

Lenti ma contenti, per ora seguo quello che da sempre mi accompagna come mantra:

“UNNI ARRIVU APPIZZU U SCUARPU!”

“That he not busy being born. Is busy dying.”

P.s 1 Scrivo questo resoconto per spiegare come a volte noi stessi ci organizziamo per sabotarci, la condizione è il nemico, ma la solitudine è un parassita che ci rende fragili e deboli. Quindi chiunque voglia scrivermi o commentare sarà il benvenuto. Qui è una spazio sicuro.

P.s 2 Qualcuno mi ha fatto “capire” che non era il caso di aprirmi così tanto, di rivelare così tanto. “Queste sono cose che non si devono dire”. Ci ho pensato, ma alla fine me ne sono fottuto allegramente. Ripeto il nemico è la condizione, nascondere tale nemico lo rende solo più forte.

P. s 3 se potete non criticate troppo le parole che ho scritto, so di aver messo un po’ di retorica e molta emozione, ma dopo sette mesi che non scrivevo lasciatemi scivolare e siate indulgenti.

P.s. 4 Lo so che non lo fareste, ma non chiedetemi cosa come e perché, non vuole essere un post sulla malattia o sulle cure specifiche che sto facendo. Mi sembrava solo il posto migliore per parlarne e avevo voglio di aprirmi e vomitare tutto questo.

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