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Charles Occhi di Tigre e la sua comunità

13.03.2018

La strada per il villaggio era decisamente lunga.

In Ghana, non puoi arrivare in un posto solo perché lo vuoi. Anche per fare 300km bisogna prendere tre mezzi, aspettare che si riempano, cercare di respirare un po’ di aria dal finestrino e resistere al dolore provocato da ogni buca.

La gente non si arrabbia per il traffico, ne per il ritardo, ne per la guida. Basta una semplice risata.

Ed è cosi che di notte siamo arrivati, dove il verde era cosi forte che faceva male agli occhi. Verde, e più in là solo più verde. Non si sa quali storie possano nascondere questi alberi, quali guerre e quali orrori abbiano visto. Boschi dove oramai solo i serpenti sono numerosi, pronti ad attaccare sprovveduti turisti. Le scimmie sono scappate. Gli elefanti sono stati sterminati. I leoni si sono ritirati.

Solo serpenti, che si trascinano tra le foglie aspettando la pioggia.

Appena entriamo nel villaggio si sentono le urla, le grida, ci chiamano, vogliono foto. Si mettono in posa, chiedono altre foto. Ridono di noi e ci prendono in giro. Siamo già la loro famiglia, siamo già il loro fratello, la loro sorella. É qui che incontriamo Charles, che con la sua Ong cerca di dare alle donne qualcosa che a noi sembra ovvio: l’ecografia. Sono tantissime le donne che qui muoiono perché non possono farsi un’ecografia e non capire se la gravidanza sta procedendo bene. Per farlo, bisogna fare un lungo viaggio di 3 o 4 ore.

Lui cerca di portare dei macchinari nella comunità, per evitare che le donne muoiano per il parto. Ovviamente non c’è attrezzatura per nessun tipo di parto di emergenza. Le donne partoriscono su un semplice lettino con delle lenzuola sporche. L’unica cosa che hanno a disposizione “nell’ospedale” è una bombola di ossigeno, mezza vuota e senza la mascherina.

Cerchiamo di capire cosa si può fare, ma purtroppo i problemi sono molti. Sono le adolescenti a rimanere incinta, normalmente tra i 12 e i 15 anni,  non hanno soldi per poter comprare neanche il necessario per mangiare. É una regione senza futuro, dove non esiste nessun tipo di lavoro, e i suoi abitanti si sono ridotti a fare i contadini. Ogni mattina alle 4 vanno al mercato, ma nessuno compra la loro merce, perché sono tutti contadini, quindi non esiste la domanda ma solo l’offerta. Cosi tornano a casa esausti, caricando sulle spalle lo stesso peso che hanno caricato la mattina e frustarti ritornano nelle loro case prive di beni essenziali: acqua ed elettricità.

I bambini non possono andare a scuola, perché la scuola non può dargli del cibo, ne sostenerli con assistenza sanitaria o vestiti. L’ambiente scolastico diventa peggiore di quello a casa e i genitori li portano via.

Non esistono neanche gli assorbenti. Charles gli ha introdotti per la prima volta nel 2012 tra le ragazze della scuola, dove tra imbarazzo, sono riuscite a provarli per la prima volta e hanno scoperto come evitare infezioni.

Sembra desolato questo villaggio, tra case di fango e le fitte palme, c’è solo una struttura che si alza molto più grande della altre. Ci avviciniamo per capire cosa sia, chiediamo a Charles, lui ci dice di leggere sull’entrata. La scritta dice “Compagnie française de l’Afrique occidentale”, un pezzo di storia. Un pezzo di storia dimenticato. Dimenticato da loro, dove i vecchi lavoratori di quella fabbrica ancora riportano ferite e amputazioni. Dimenticato sicuramente dalla Francia e dall’Europa, troppo impegnate a cancellare le pagine di storia scomode. E dimenticato da noi, da tutti noi.

Nel viaggio di ritorno verso Accra, non riesco a fare a meno di pensare come tutto il nostro modo di pensare sia costruito su falsità. Falsi comfort, false comodità.

É solo arrivando fino al fiume sacro per raccogliere barili d’acqua da caricare sulla testa, che si riesce veramente a capire come i nostri problemi siano ridicoli.
Solo quando capisci che un pasto al giorno è un lusso, vedi che i nostri dibattiti sull’alimentazione non servono a niente.

É solo nel buio, che capisci che non c’è silenzio. In Africa il silenzio non lo troverai mai, per i tamburi e gli animali. Galli al mattino, grilli al tramonto, maiali, cani, capre e serpenti. É solo in questo buio, che capisci che qui la gente balla senza mai fermarsi, balla ridendo, balla dimenticando, ma soprattutto balla senza capire cosa sia il futuro.

Solo nel buio pieno di rumore ti rendi conto che il nostro silenzio non è normale.

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